Molto spesso i pazienti, e non solo, fanno confusione tra decimi e diottrie. È opinione diffusa che appartengano alla stessa scala e siano sottraibili o addizionabili tra di loro alla stregua di: “mi mancano 4 diottrie pertanto vedo 6 decimi”. Oppure: “vedo 10 decimi e quindi non ho diottrie”. Ahimè, decimi e diottrie appartengono a scale e misurazioni ben diverse tra di loro e del tutto slegate ed è quindi inopportuno, nonché fuorviante, sommarle tra loro.

Dieci decimi

I cosiddetti decimi sono la scala di misura utilizzata per misurare l’acuità visiva, ossia la più piccola risoluzione spaziale apprezzabile dall’occhio. Può essere espressa in decimi, come normalmente avviene in Italia, oppure in ventesimi (20/20) come avviene negli USA, oppure ancora in sesti (6/6) come avviene nel Regno Unito. Logicamente vedere dieci decimi oppure venti ventesimi (twenty-twenty, come direbbero negli USA) è la stessa cosa, poiché si tratta di una frazione.

Ma a cosa si riferisca esattamente questa scala? È basata e tarata sulla normalità visiva della popolazione: vedere 10 decimi significa riuscire a leggere ad una distanza di dieci metri ciò che riesce a leggere a quella distanza la persona media. Vedere 3 decimi, significa invece doversi avvicinare a 3 metri per leggere ciò che la persona media vede a 10 metri; viceversa, vedere 12 decimi significa potere vedere a 12 metri ciò che la media vede a 10 metri. È quindi possibile vedere anche ben oltre i cosiddetti dieci decimi, in un giovane occhio sano. La massima risoluzione angolare possibile nell’occhio umano ad una distanza di 1 km è di 30 – 60 cm, pari a circa 20 decimi.

L’acuità visiva viene misurata mediante la lettura di appositi tabelloni posti in opportune condizioni di illuminazione a specifiche distanze predeterminate (normalmente a 3 – 5 metri). Ne esistono di vario tipo, anche con simboli e figure per persone analfabete e bambini.

Occhiali e diottrie

La diottria è, fisicamente, l’unità di misura del potere di rifrazione di una lente. Ossia, misura la capacità di un sistema ottico di modificare la direzione dei raggi di luce che lo attraversano. Le diottrie sono infatti l’unità di misura delle lenti degli occhiali (o delle lenti a contatto) e nulla hanno a che vedere con la capacità visiva degli occhi, che come abbiamo visto si misura invece in decimi. La miopia, per essere corretta, ha bisogno di lenti negative (lenti divergenti); l’ipermetropia necessita di lenti positive (convergenti) mentre l’astigmatismo richiede invece lenti cilindriche (toriche) positive e negative.

Un occhio debolmente miope, ad esempio, avrà bisogno di occhiali da -2 diottrie per vedere bene (dieci/decimi), mentre un occhio fortemente miope necessiterà invece di -7 diottrie per riuscire a vedere i dieci/decimi.

Si evince pertanto che le diottrie (degli occhiali) sono pertanto la condizione fisica necessaria al raggiungimento della miglior capacità visiva possibile, da misurare a sua volta in decimi, indipendentemente dalle diottrie necessarie.

Diottrie e laser

I trattamenti laser utilizzati in oculistica (LASIK e PRK) consentono di incorporare nell’occhio stesso le diottrie necessarie alla miglior visione. Nell’occhio è infatti presente una lente naturale, la cornea. Tale lente viene quindi corretta dal trattamento laser andandone a modificare il potere, integrandolo quindi con quello necessario (negativo o positivo) per correggere miopie o ipermetropie. In seguito al trattamento laser, i pazienti riescono quindi a vedere 10 decimi (o talvolta anche 12 decimi e oltre) senza più la necessità di occhiali o lenti proprio perché, di fatto, integrati all’interno della loro cornea.

Si tratta di correzioni ad elevatissima precisione, che consentono oggigiorno di rimuovere, oltre a quelli comunemente corretti con gli occhiali, anche altri difetti visivi come trifogli e comi, per una visione di elevata qualità in tutte le condizioni di luce.